Eugenio Di Rienzo, Renzo De Felice, Leo Valiani e gli amici...

Eugenio Di Rienzo, Renzo De Felice, Leo Valiani e gli amici azionisti

Eugenio Di Rienzo, Renzo De Felice, Leo Valiani e gli amici azionisti, D'Amico Editore, Nocera Superiore 2025, pp. 146

Maggiori dettagli


16,00 €

8 articoli disponibili

Capitava non infrequentemente nel «mondo di ieri» che un giovane studioso, all’inizio della carriera, si rivolgesse a personalità entrate nel Gotha della storiografia, diciamo
pure a “maestri”, non legati a lui da alcuna figliolanza accademica, per chiedere consigli e pareri e per sottoporre loro i primi risultati delle sue ricerche. Nella maggioranza dei
casi quella richiesta non restava inesaudita. E l’apprendista storico si vedeva recapitare lunghe lettere (allora necessariamente manoscritte), con le quali i «maggiori» della corporazione, alla quale aspirava ad appartenere, rispondevano puntualmente ai suoi quesiti, si prodigavano in consigli, esprimevano giudizi lusinghieri e naturalmente anche
critiche, le seconde, forse, ancora più utili dei primi. La stessa esperienza visse Renzo De Felice nel suo fortunato incontro con storici provenienti da un’appassionata esperienza politica, vissuta nei ranghi di «Giustizia e libertà» e successivamente del Partito d’Azione: Alessandro Galante Garrone, Giorgio Spini, Franco Venturi, Leo Valiani.
Fu soprattutto il confronto con Valiani, fatto di consensi e di contrasti sempre portati alla luce con grande onestà intellettuale, a rivelarsi d’importanza fondamentale, come De Felice scrisse, nel novembre 1983, recensendo il volume di memorie, Tutte le strade conducono a Roma, dove chi era stato il rappresentante del Partito d’Azione presso il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia formulava il suo giudizio sulla guerra civile terminata il 25 aprile 1945. In quel saggio biografico, redatto nella seconda metà dell’anno successivo, nel quale si affrontava il problema della moralità della Resistenza, «quando questi discorsi non erano certo di moda e sotto un’altra penna avrebbero suscitato chissà quali reazioni indignate», De Felice individuava il corretto orientamento che doveva guidare il lavoro dello storico, fondato su «una vocazione nutrita e affinata con un continuo sforzo di essere spietato con tutto e con tutti e innanzi tutto con sé stesso, in modo da non essere sopraffatto dal peso paralizzante e delle cose e delle passioni, e da non smarrire mai la propria libertà di giudizio».